giovedì 21 febbraio 2008

Ma era martedì. Storia di una quête

Nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto l'inchiesta (la quête dei romanzi cavallereschi) è il principio dinamico dell'azione: tutti i personaggi sono alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Ma in realtà questo è il significato superficiale, perché i personaggi sono veramente alla ricerca di se stessi: infatti, alla fine della quête arrivano ad una più esatta valutazione di sé e dei propri desideri. La narrativa cavalleresca tradizionale scompigliava disordinatamente le azioni, mentre nel Furioso due "inchieste" procedono per tutto il poema,e mettono capo ad un acquisto, anche provvisorio, di saggezza.

Premesso ciò, un martedì d’inverno stressato mi ritrovai con un amico altrettanto stressato a stabilire cosa cenare. Il frigorifero era tristemente vuoto. Si sa che nella nostra beneamata Viterbo non esiste alcun commerciante che stia aperto oltre le diciannove e trenta. D’altronde non è opportuno, l’oriundo preferisce procacciarsi libagioni la mattina, abituato com’è alla monotona ciclicità delle sue azioni.

I due stressati, abituati per come siamo ai piaceri della vita mondana, decidemmo di usufruire dei ridenti luoghi di ristoro del centro storico. Ma era martedì. Chiedemmo ad una persona nostra vicina nella mondanità un consiglio dove recarsi. Ma era martedì. “Tesoro mio, di martedì è tutto chiuso”. “Tesoro mio, forse a San Martino”. “Tesoro mio, forse un pub”. I due stressati avevamo voglia di una cena, una vera cena. Ma era martedì. Tra un Martini e l’altro pensammo dove andare. Le osterie, o trattorie come dir si voglia, chiudono presto, molto presto. Ricordo quella volta quando mi azzardai di aandare all’Archetto – vecchia gestione – dopo le venti e trenta. “O te magni li gnocchi o fai fame” mi fu detto a quell’ora. Il locale era in chisura, mangiai gli gnocchi.

Sempre più stessati, finita la bottiglia di Martini, prendemmo coraggio e uscimmo. Faceva freddo, troppo freddo. E l’autovettura era posteggiata vicino casa, che benedizione! Potevamo spostarci autominiti, e se non avessimo pià trovato parcheggio? No, no, meglio non rischiare, l’indomani mattina bisognava uscire presto di casa, con quel freddo sarebbe stato terribile dover recarsi alla macchina potenzialmente locata lontano.

Nella piazza di Spagna de noartri c’è un triregale roseo locale. Erano le ventuno. Andammo, dinanzi la porta vedemmo il menù. Tagliolini alla cacciatora. Filetto di maialino. Torta ai frutti di stagione. Ci garbava. Entrammo: sala semivuota. “Scusi, è possibile cenare in due?!”. Qualche minuto di imbarazzo, ricerca di rinforzi in cucina, la camerera ci guardò inebetita. “E’ troppo tardi, a quest’ora si chiude”. Il silenzio, poi la costatazione. “Sarà per un’altra volta, buona notte”. Erano le venti e cinque. Ma era martedì.

Ineluttabilmente stressati ormai, continuammo la nostra inchiesta, sul Corso di Viterbo, pur sapendo che lì per mangiare c’era tutt’al più casa di un’amica. D’immproviso l’illuminazione. All’inizio di una traversa un caretllo, indicava un locale aperto alla fine di quella strada in salita. Senza neanche consultarci, come due assetati nel Gobi, ascendemmo. Entrammo. “Buonasera! Abbiamo aperto da poco, la spegialità qui è il pesce!” Assaporate mentalmente le ittiche prelibatezze ci facemmo condurre ad un tavolo nell’abnorme sala deserta. “Ecco a voi il menù, ma badate, di martedì non abbamo nulla di pesce!”



Finì a gnocchi (maledizione delle mie tarde cene) io e pizza l’amico. D’altronde era martedì.

La nostra quête era per una banalissima cena. La ricerca era effettivamente per noi stessi, per la nostra sussistenza. L’inchiesta ci portò a trovare un qualcosa poi disilluso. E da una disillusione ad un’altra illusione disillusa. Ovviamente acquisimmo la saggezza, come in Ariosto, e forse già inconsciamente posseduta: fare la spesa di martedì.

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